Ogni guscio si rompe in modo irripetibile. Non si sceglie la frattura: si sceglie soltanto il fondo su cui posarla.
Da questa constatazione nasce il ciclo. Il guscio — calcare, calcio, la stessa materia delle ossa — viene rotto, frantumato, ridotto in polvere e restituito alla tela come pigmento. Ciò che conteneva la vita diventa la lingua con cui la vita si racconta.
Il percorso si articola in tre registri cromatici, che corrispondono alle tre fasi della tradizione alchemica. Il bianco su bianco: il guscio integro, il silenzio prima. Il nero su nero: la rottura come liberazione, esplosione necessaria. Il colore: non più silenzio né urto, ma processo — la trasmutazione in atto, carnale e viva.
Non c’è una rottura uguale all’altra. È in questa unicità irriducibile che l’opera trova la propria verità.